nov 08 28

Batman ha i giorni contati. Forse

di Valentina

Sigh. Allora non è vero che i personaggi dei fumetti vivono per sempre. Del resto era già toccato anche a Superman (poi resuscitato) levarsi di mezzo. Batman, il mitico uomo pipistrello creato dalla fantasia di Bob Kane e Bill Finger, ha i giorni contati. Sono settant’anni che il ricchissimo tombeur de femmes Bruce Wayne scorrazza con addosso il suo nero costume per le vie di Gotham City a caccia di delinquenti. “I criminali, per natura, sono una genia codarda e superstiziosa” proclama il coraggioso eroe, schierato contro il male da quando, bambino, un ladro gli uccise i genitori.

Ma ora i fan di tutto il mondo trepidano: la morte di Batman è stata infatti annunciata da Grant Morrison, dal 2006 sceneggiatore delle pipistrellesche storie. Nel prossimo numero del fumetto (pubblicato in America dalla Dc Comics), intitolato Batman Rip (più chiaro di così!), Batman ci lascerà le penne, per usare il gergo colorito dei criminali da lui tanto osteggiati. E le indiscrezioni fioccano. Secondo i ben informati sarà proprio il suo fidato amico Robin a toglierlo di mezzo. Dopo una sanguinosa lotta, Robin, passato dalla parte dei cattivi, ucciderà Batman in modo lento e doloroso. Secondo altri, a far fuori l’uomo pipistrello sarà tale Black Glove, un personaggio creato da gli sceneggiatori appositamente per questo scopo. La terza profezia sostiene infine che Batman, dopo una lunga ed estenuante carriera, andrà in pensione a godersi il meritato riposo e che sarà sostituito a Gotham City (ma, sospettiamo, non nel cuore dei fan) da un nuovo supereroe.

“Ciò che gli ho riservato è un destino peggiore della morte” dichiara Morrison al Comic Book Resources, “accadranno cose che nessun vorrebbe che capitassero a questi eroi”. Caspita, che dichiarazione sadica! Adesso facciamo noi una previsione: dopo una insurrezione popolare di aficionados batmaniani anche l’uomo pipistrello risorgerà e continuerà a svolazzare per Gotham City a caccia di cattivoni. La morte di Batman più che una parola fine appare come un’astuta mossa per aumentare le vendite. Il fine giustifica i mezzi. Ma poi ridateci i nostri supereroi. Loro, almeno, fanno qualcosa per rendere il mondo più vivibile. Ah, poter votare Batman alle prossime elezioni…

nov 08 26

L'arte-spettacolo di Yasumasa Morimura

di Valentina

Alla Byblos Art Gallery di Verona è in corso (e sarà visitabile fino al 22 febbraio) la mostra di Yasumasa Morimura. Il nome forse potrà sembrarvi frutto dell’invenzione di Aldo, Giovanni e Giacomo, ma non lasciatevi ingannare. Yasumasa Morimura esiste eccome: è un importante ed eclettico artista giapponese, nato a Osaka nel 1951. “L’arte è sostanzialmente spettacolo. Anche Michelangelo e Leonardo erano intrattenitori… Io non dipingo sulla tela, dipingo sulla mia faccia”, afferma Morimura. Questo per darvi un’idea di quel che potete aspettarvi visitando la mostra.

L’artista usa l’arte del travestimento per raccontare episodi cardine e personaggi celebri della storia del Novecento. Ecco allora la sezione “Requiem for the XX century”: i travestimenti di Morimura ci accompagnano attraverso le mutazioni politiche, culturali e sociali del secolo scorso. Oppure, passeggiando nella sezione “Actresses”, vediamo Morimura immergersi nelle vite di grandi personaggi che hanno fatto la storia o che in qualche modo hanno lasciato un segno indelebile. Yasumasa Morimura ci pone interrogativi su potere, dittatura, autorità, sul mondo che è cambiato e che cambia. Osservando le sue immagini, l’effetto comico scompare quasi subito e si è costretti a fermarsi per riflettere.

nov 08 25

Alla ricerca di Qualcuno con cui correre

di Valentina

Oggi vorrei raccontarvi (ma solo per farvelo annusare, ad assaggiarlo dovrete pensarci voi) il romanzo “Qualcuno con cui correre“, di David Grossman. Quando ho saputo che stava per uscire nelle sale la trasposizione cinematografica del libro ero a tre quarti della lettura. Mi sono sbrigata a finire perché non volevo vedere il film senza prima aver finito il romanzo. Raramente i film tratti da libri sono all’altezza dell’originale e non volevo “guastarmi la bocca”, perché il romanzo di Grossman mi aveva lasciato in bocca un buon sapore. Per adesso vi parlerò solo del libro, ma se qualche cinefilo divoratore ha già visto la pellicola e legge questo blog sappia che è gradita anche una recensione del film.

David Grossman, classe ’54, è uno scrittore israeliano conosciuto per il suo impegno a una risoluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese. Qualcuno con cui correre è l’avventura del sedicenne Assaf che ha il compito, inizialmente sgradito, di riportare alla sua proprietaria la cagna Dinka. In una Gerusalemme del tutto inaspettata perché normale, vivace, a suo modo moderna – mentre la Gerusalemme dell’immaginario collettivo ha soltanto i colori spenti del pericolo e della guerra infinita -, Assaf corre insieme a Dinka attraverso storie, emozioni e paure da affrontare e verso la coetanea Tamar, fuggita di casa per salvare il fratello tossicodipendente.

Grossman descrive la nascita dell’amicizia e dell’amore, il difficile ingresso dall’adolescenza all’età adulta, l’amore per gli animali (e degli animali per l’uomo), l’amicizia in modo semplice. L’effetto però è estremamente poetico. Un romanzo che alterna carezze e pugni nello stomaco, disperato ma ottimista, una trama che si fa divorare, pagine di terrore e commozione dietro ogni angolo di strada, i tasselli di un puzzle che si compone poco a poco. Riuscirà l’impacciato, coraggioso e determinato Assaf a far combaciare anche l’ultimo pezzo del mosaico?

P.s.: ho letto qui e là che questo sarebbe un romanzo per adolescenti. Sbagliato, perché i temi sono universali (alzi la mano chi non ha mai desiderato trovare qualcuno con cui correre), affrontati con straordinaria profondità e la capacità di Grossman di entrare nei personaggi e farli vivere e respirare rapisce anche il lettore più cinico.

nov 08 21

BeccoGiallo: fumetti impegnati e resistenza editoriale

di Valentina

BeccoGiallo è una giovane casa editrice nata a Treviso nell’aprile del 2005. I soci fondatori Guido Ostanel, Federico Zaghis e Max Rizzotto hanno scelto di chiamare così la loro creatura in omaggio al settimanale satirico degli anni Venti Il becco giallo. La rivista, fondata a Roma nel 1924 dal giornalista Alberto Giannini, ebbe vita breve (subì varie censure e fu costretta a chiudere nel 1926 per poi emigrare in Francia) ma si distinse come uno dei più agguerriti fogli satirici antifascisti. Sul primo numero de Il becco giallo si leggeva: “[...] appoggiamo [...] con tutte le nostre energie l’opposizione la quale, al regime fascista di dittatoriale violenza che ha invertito tutti i valori morali e col terrorismo ha asservito l’Italia ad una banda di predoni, resiste eroicamente sfidando ogni giorno le più brutali aggressioni e lotta per la libertà soppressa, per la millenaria giustizia italiana conculcata, per la riconquista delle guarentigie costituzionali, per ridare prestigio all’Italia nel mondo“. Se queste parole non vi hanno strappato almeno un sospiro, se non vi hanno fatto drizzare le antenne, se non vi hanno turbati nemmeno un pochino, allora l’unica spiegazione è che viviate sulla Luna. E’ stato scritto che Il becco giallo esercitava la sua libertà non come diritto riconosciuto ma come sfida al regime.

La casa editrice di Ostanel, Zaghis, Rizzotto e tutti gli autori e sceneggiatori che lavorano al progetto va anch’essa controcorrente per ripescare, approfondire, raccontare attraverso il linguaggio del fumetto e sottrarre all’oblìo grandi fatti di cronaca italiana ed estera. Nel nostro Belpaese dalla memoria corta, in cui, secondo statistiche Istat, più si diventa grandi e meno si legge; in cui vivono venti milioni di non-lettori; in cui il fumetto è un prodotto di nicchia, in questo Stivale stropicciato e pieno di toppe, essere cantastorie a fumetti sembra essere un’impresa titanica. Anche perché il lavoro di BeccoGiallo è onesto, preciso, analitico. Ben lontano da certa televisione qualunquista o da articoli di giornale indecentemente ruffiani. I casi raccontati pagina dopo pagina da BeccoGiallo coniugano l’inchiesta giornalistica, la profondità del romanzo e la bellezza del fumetto impegnato, senza tralasciare nessun dettaglio utile alla narrazione. Sul sito dell’editore BeccoGiallo troverete, oltre ai tre cataloghi di cronaca, anche la sezione Quartieri e quella delle biografie (recente l’uscita di Ballata per Fabrizio De André del bravissimo Sergio Algozzino). Per scoprire tutto quel che ho omesso vi rimando al sito web.

Ora invece vi presento il direttore editoriale di BeccoGiallo, Guido Ostanel, che mi ha gentilmente concesso questa intervista.

Questi non sono tempi buoni per l’editoria, né tantomeno per chi voglia raccontare quel che accade in Italia e nel mondo. Come mai avete deciso di cimentarvi in un campo così “impegnativo”?

In un certo senso lo abbiamo fatto proprio per questo. Per cercare di dare il nostro piccolo contributo per cambiare una situazione che non ci piace. Noi pensiamo che sia importante sapere chi ha ucciso Ilaria Alpi o Pier Paolo Pasolini. Pensiamo sia importante per il nostro futuro. È una questione di civiltà.

Un lavoro sotto certi aspetti delicato come il vostro presuppone anche un punto di vista condiviso da da tutti i componenti della casa editrice. E’ così?

I punti di vista sulle singole questioni possono anche essere diversi fra di loro. Possono avere, soprattutto, sfumature specifiche e personali. L’importante è che alla base ci sia sempre un atteggiamento condiviso nei confronti di tutti gli argomenti che si scelgono di trattare. Un atteggiamento umile, curioso e soprattutto intellettualmente onesto. Un atteggiamento “civile”, se vogliamo dire così.

A cosa è dovuta la scelta del fumetto come forma di narrazione?

Dall’idea che il fumetto sia un vero e proprio linguaggio, non un sottogenere di qualcos’altro di non meglio definito. Dunque dall’idea che come tale, il linguaggio del fumetto possa confrontarsi potenzialmente con tutti gli argomenti, proprio come il cinema o la televisione. Che possa intrattenere ma anche informare o peggio disinformare. La storia del mezzo è lì a dimostrarlo: pensiamo ai fumetti di propaganda distribuiti nelle trincee per convincere i soldati a continuare a combattere. Insomma, noi siamo convinti che il fumetto sia un mezzo di comunicazione come tutti gli altri, e che come tutti gli altri possa essere utilizzato bene oppure male, in modo onesto o disonesto. Noi cerchiamo di farlo per divulgare fatti e persone che a nostro avviso non meritano di essere dimenticate, che andrebbero approfondite, studiate, condivise.

Ci racconta una delle vostre riunioni redazionali?

Non è facile. Di fatto, siamo praticamente sempre “in riunione”. Dalla colazione, che coincide con le prime notizie radio e tv, alla lettura mattutina dei giornali in redazione, al web che accompagna costantemente il nostro lavoro, ai momenti di svago. C’è uno scambio continuo di informazioni, idee, suggestioni. Per questo abbiamo quasi del tutto eliminato le riunioni di redazione più classiche, destinate oramai alla scelta dello sceneggiatore o del disegnatore e a poche altre decisioni più burocratiche.

“Rubate” il mestiere ai giornalisti perché credete non lo facciano abbastanza e abbastanza bene o semplicemente per allargare il fronte della Resistenza Editoriale, come la definite sul vostro sito?

Non siamo i soli a dirlo ed è sotto gli occhi di chi vuol vedere: il giornalismo in Italia vive una situazione paradossale e pericolosa, che spinge al conformismo, che non invita a rischiare, a prendere iniziativa, a mettere il becco nelle questioni più spinose. Ci sono delle eccezioni, naturalmente. A quelle guardiamo, a quelle soltanto cerchiamo di “rubare il mestiere”, di coglierne spirito e atteggiamento. Non è una questione di appartenenza politica, è una questione di onestà intellettuale e professionalità.

Quando si parla di voi e dei vostri autori è impossibile non pensare, ad esempio, ad Art Spiegelman. Peccato che in Italia non si legga quanto all’estero… Il fumetto, soprattutto se è fumetto impegnato, ha vita dura. Come fate i conti con questo?

Ancora una volta sono dati e cifre a imbarazzare: l’Italia è uno dei Paesi d’Europa che legge di meno. Ne prendiamo atto, ma cerchiamo con il nostro lavoro quotidiano di dare un piccolo contributo alla causa. Parlare di Pasolini o del disastro di Ustica a fumetti non è forse un tentativo di allargare il bacino dei lettori, specie fra i più giovani?

La vostra ultima creatura è “Ballata per Fabrizio De André”, di Sergio Algozzino. Quali sono le prossime iniziative?

Continueremo a confrontarci con la realtà, con i fatti e con la cronaca. Sia per quanto riaguarda i grandi casi di nera, con la ricostruzione del massacro del Circeo e la vicenda di Angelo Izzo, sia per quanto riguarda gli avvenimenti che oramai fanno parte della memoria collettiva del nostro paese, sia con le biografie dei personaggi che non vogliamo dimenticare.

Buon lavoro.

nov 08 20

Il mistero della natura. René Magritte a Milano

di Valentina

All’ombra della Madunina de Milàn e, per l’esattezza, a Palazzo Reale, dal 22 novembre fino al 29 marzo 2009 sarà possibile incontrare René Magritte. Beh, non proprio lui, lo avrete capito, ma la mostra “Il mistero della natura”, che vedrà esposti tempere, sculture e oltre cento dipinti del maestro belga considerato uno dei maggiori esponenti del Surrealismo.

“Le immagini vanno viste quali sono, amo le immagini il cui significato è sconosciuto poiché il significato della mente stessa è sconosciuto”. Questo il pensiero di Magritte, detto anche le saboteur tranquille perché, rappresentando fedelmente la realtà attraverso il trompe l’oeil, riusciva a insinuare dubbi sul significato della realtà stessa. E a questi dubbi il maestro non tentava di dare risposte, perché il fine della sua pittura non era che quello di alludere alla natura e all’esistenza come Mistero.

“Il mistero della natura” ci racconta l’approccio di Magritte al tema in questione partendo dagli esordi futuristi fino ai dipinti più celebri, creati dagli anni ’50 in poi, tra cui “L’impero delle luci” di cui l’artista dice: ”Nell’Impero delle luci ho rappresentato due idee diverse, vale a dire un cielo notturno e un cielo come lo vediamo di giorno. Il paesaggio fa pensare alla notte e il cielo al giorno. Trovo che questa contemporaneità di giorno e notte abbia la forza di sorprendere e di incantare. Chiamo questa forza poesia”.

La mostra è curata da Michel Draguet, direttore generale dei Musées Royaux des Beaux Arts del Belgio, e Claudia Beltramo Ceppi in collaborazione con Charly Herscovici, presidente della Fondation René Magritte, e Paolo Vedovi. Draguet a proposito del Mistero di Magritte afferma che “non è altro che la natura in quello che essa ha di non riconducibile alla cultura. La natura è onnipresente nel suo percorso artistico”, fornisce all’artista un’infinità di temi che Magritte combina a piacere e diventa anche cornice e contenitore di ogni significato.

Ogni elemento dei dipinti di Magritte dialoga con gli altri, creando un corto circuito tra il punto di vista dell’autore e quello dello spettatore che osserva ma si sente anche osservato, tanto che le tele magrittiane sono diventate parte della nostro immaginario collettivo.